I respingimenti verso la Libia hanno violato i diritti umani. Si è trattato di espulsioni collettive, che hanno esposto i migranti al rischio di trattamenti disumani e degradanti.
È la sentenza della Grande Camera dei Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, che si è pronunciata oggi su un ricorso presentato da 11 somali e 13 eritrei, rappresentati dall'Unione Forense per i Diritti Umani. Una sentenza che avrà un impatto sulla collaborazione tra l'Italia e altri Paesi nel controllo dell'immigrazione clandestina.
I migranti che hanno presentato ricorso parte di un gruppo di duecento migranti intercettati il 6 maggio 2009 a 35 miglia a sud di Lampedusa, mentre cercavano di raggiungere l'isola a bordo di un barcone. Furono caricati su navi italiane e riportati in Libia senza che fossero prima identificati, ascoltati o preventivamente informati sulla loro destinazione.
Secondo i ricorrenti, rappresentati dagli avvocati Mario Lana e Andrea Saccucci dell'Unione Forense per i Diritti Umani, i respingimenti attuati dalle autorità italiane sono contrari al principio di non-refoulement, che vieta l'espulsione verso un paese ove sussista il rischio di essere sottoposto a torture o pene e trattamenti inumani e degradanti (art. 3 CEDU). Avrebbero poi violato l'art. 4 del protocollo n° 4 alla Convenzione che vieta l'espulsione collettiva degli stranieri e l'art. 13, che garantisce il diritto ad un ricorso effettivo.
Tra le persone intercettate potevano verosimilmente esserci dei richiedenti asilo o protezione internazionale, cui è stato impedito di presentare domanda in Italia. Tra l'altro, sono state rispedite in Libia, dove si rischia di subire maltrattamenti nei centri di detenzione oppure il rimpatrio verso il proprio Paese d'origine senza potersi avvalere della Convenzione di Ginevra del 1951 sullo status di rifugiato, mai ratificata dal paese nordafricano.
I respingimenti, già condannati da molte organizzazioni umanitarie e dall'Alto Commissariato dell'Onu per i Rifugiati, si inserivano nella collaborazione contro l'immigrazione illegale prevista dall'accordo di amicizia tra Italia e Libia firmato nel 2008 da Berlusconi e Gheddafi. Tra le argomentazioni presentate del Governo Italiano contro il ricorso, c'era anche che all'epoca del fatto la Libia sarebbe stato un Paese sicuro.
Eppure due dei ricorrenti, Ermias Berhane e Tsegay Habtom, hanno trascorso gli ultimi due anni nelle carceri libiche e denunciano ora gli abusi e le violenze subite. Berhane intanto è riuscito a raggiungere nuovamente il territorio italiano e si è visto riconoscere lo status di rifugiato.
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